La nostra proposta formativa s’ispira alla stessa opzione teorica che è alla base delle nostre teorie e della nostra pratica clinica.
Infatti mettere al centro della vita psichica umana il sé, i mondi esperienziali del soggetto, le relazioni e le interazioni, cambia profondamente il modo di considerare sia il rapporto psicoanalitico che la formazione in psicoanalisi.

In entrambe le situazioni si cerca da un lato di precisare gli ambiti e i momenti nei quali è valida e auspicabile un’asimmetria di ruoli tra analista e paziente o tra docente e allievo; ma dall’altro vengono riconosciuti aspetti importanti di reciprocità e mutualità. L’asimmetria nella relazione cessa di essere un principio generalizzato e diviene un elemento specifico, delimitato e strettamente articolato all’assunzione della responsabilità della cura da parte dello psicoanalista o della formazione da parte del docente.

Merton Gill, riferendosi alla relazione analitica, si è così espresso: “Si può dire che esista un processo psicoanalitico, che può anche essere chiamato situazione analitica, quando ambedue i partecipanti accettano l’idea che l’interazione sia centrale, che ambedue vi contribuiscano e che lo scopo primario del trattamento sia quello di comprendere il contributo del paziente e la sua esperienza del contributo dell’analista”.

Questa posizione di base ci sembra fondamentale anche nel rapporto formativo. Sottolineiamo le somiglianze e la continuità teorica e clinica, oltre che le differenze, tra psicoterapia e psicoanalisi. In questo modo gli allievi vengono considerati colleghi che devono approfondire e affinare le proprie competenze empatiche, relazionali e interattive già esistenti, per instaurare e mantenere una relazione analitica: relazione non più rigidamente definibile in base a parametri esterni, quali il numero di sedute settimanali o l’uso del lettino.