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    18° Conferenza IARPP – Los Angeles 16-18 Giugno 2022

    Expanding our clinical experiences:
    The Spoken, Unspoken, and Unspeakable in Relational Psychoanalysis and Psychotherapy

    “Espandere le nostre esperienze cliniche:
    il detto, il non detto, e il non dicibile ella psicoanalisi relazionale e nella psicoterapia relazionale”

    Introduzione
    Susanna Federici

    (presidente IARPP)

    Innanzi tutto vorrei ringraziare per la vostra partecipazione, in presenza o a distanza.
    Ecco… siamo tornati a vederci anche in presenza: l’emozione è forte.

    Forse non dovremmo dire “tornati” come se riprendessimo dall’ultimo convegno nel 2019, sembra così lontano! Il nastro del tempo non si riavvolge mai all’indietro e tutte le esperienze che abbiamo vissuto in questi tre anni a livello individuale e collettivo, sono state, e tuttora sono, così forti, inaspettate, eccezionali, che davvero dovremmo dire che “certo non sarà come prima”. Di fatto nella pandemia ci viviamo ancora dentro. Abbiamo cercato di utilizzare i mezzi della tecnologia attuale per mantenere un senso di connessione della nostra comunità e credo che questo impegno sia servito molto a tutti noi. Anche qui ora zoom è preziosissimo perché ci permette di essere connessi con i colleghi e amici che stanno seguendo la conferenza a distanza. Un particolare abbraccio di benvenuto va ai colleghi che ci stanno seguendo dall’Ucraina, spero davvero che possano sentire tutta la nostra più profonda amicizia e solidarietà.

    In questi ultimi anni le nostre esperienze come persone e come terapeuti, le nostre esperienze individuali e collettive, le nostre esperienze di appartenenza, si sono ampliate enormemente: siamo stati ‘gettati’ violentemente e imprevedibilmente nel ‘non dicibile’ (unspekable) prima dalla pandemia globale e più recentemente da una guerra che sfiora pericolosamente il livello di un conflitto mondiale, come non accadeva da settant’anni. Credo che tutti abbiamo attraversato con stupore e orrore questi eventi rimanendo spesso ‘senza parole’. Ancora adesso siamo immersi in questi processi ed è quindi difficile parlarne se non in modo parziale; tuttavia è davvero importante essere qui insieme per condividere idee e vissuti del nostro lavoro.

    Vorrei per un momento richiamare la nostra attenzione sulla bellezza di poter condividere lo stesso spazio nello stesso tempo con i nostri corpi interi che includono le nostre menti. Siamo stati tanto deprivati della possibilità di incontrarci, qualcosa che davamo per scontato, e invece ancora una volta abbiamo capito che le cose belle non si devono mai dare per scontate.

    L’incontro tra le persone è qualcosa di bello e potente quando ci si unisce per fare esperienza. Può avvenire per un evento culturale – un concerto, un pezzo di teatro, un balletto – o per un evento sociale o politico, o per tante diverse occasioni. Riunirci per un convegno ha questo significato e invito tutti noi a fare spazio per le esperienze e le emozioni che cercheremo di condividere con attenzione, rispetto e concentrazione. Riunirci per un convegno è anche un rito, un rito di conoscenza e di amicizia, un rito che porta a unirsi nel confronto e nel dialogo su ciò che ci rende simili e su ciò che ci rende differenti.

    Incontrarsi per fare terapia è del tutto speciale perché in questo caso l’esperienza che cerchiamo e intendiamo condividere è quella di trovare i motivi e il coraggio, ma anche la speranza, per un cambiamento profondo, e questo vale sia per il paziente che per il terapeuta. In questo senso siamo molto fortunati perché il nostro è davvero un bel lavoro.

    Auguro a tutti noi di stare bene in questa nuova esperienza insieme.

    Conclusioni
    Margaret Black Mitchell

    (fondatrice e vice-presidente IARPP)

    E allora… la nostra conferenza è avvenuta!
    Che bella esperienza ci siamo goduti in questi ultimi giorni.

    Molte persone hanno reso possibile questo evento: primi e sopra tutti i nostri tenaci e dediti co-chair Phil Ringstrom, Hazel Ipp e Ilene Philipson che hanno continuato a ri-creare questa conferenza – in tutte le sue nuove versioni – in questi ultimi anni.

    Voglio anche riconoscere gli sforzi di Val, Elisa e Lucia – la nostra squadra di New York – e di Christina Emanuel, che non ha potuto essere qui con noi oggi, ma che ha dato a questo progetto tanta energia e sostegno.

    Ed infine c’è Nilou Mostofi, che ha diretto l’organizzazione della nostra conferenza in modo eccellente, e che ci aiuta già da molti anni, ma che ha veramente dimostrato le sue capacità, la sua pazienza e la sua tenacia in questa occasione: grazie davvero tanto Nilou e grazie alla tua squadra. Non ce l’avremmo fatta senza di te!!!
    Vogliamo anche far sapere a voi che avete seguito su zoom che malgrado qui a Los Angeles ci sia mancata la vostra presenza, siamo felici di informarvi che eravate collegati in più di 300 e vi siete aggiunti a noi 200 che abbiamo partecipato in presenza. Voglio riconoscere il coraggio e la forza che indubbiamente ciascuno di noi ha avuto nell’intraprendere questo viaggio: partendo, abbandonando la sicurezza dell’isolamento, per stare insieme come gruppo di colleghi.

    Abbiamo certamente colto meglio nel nostro vissuto ciò che Susi e Gianni hanno descritto riguardo la nostra esperienza ‘incarnata’ con gli altri, cioè che la particolarità “dell’incontro fra menti incarnate in corpi in movimento”, permette la “complessità dei canali e dei livelli comunicativi che simultaneamente tengono vivo un processo trasformativo”.
    È stato meraviglioso stare qua con tutti voi e sentire la forza fisica della nostra organizzazione; vedervi via via presentare i vostri lavori, parlare negli intervalli, o bere qualcosa insieme: e aspetto di sentire le vostre risate stasera alla festa.

    Nel concludere la conferenza vorrei parlare un po’ della nostra

    Eredità Relazionale: un invito a Pensare

    La IARPP quest’anno celebra il suo 22° anniversario: questa organizzazione è sorta in un’era formidabile della storia della psicoanalisi. Freud ha sviluppato il suo pensiero in una comunità di grande impegno intellettuale, ma quando la teoria di Freud è arrivata negli Stati Uniti si è impigliata nella politica del nostro campo ed è stata reclamata dalla professione medica americana come una “specialità medica”. Sono stati creati istituti di formazione che accettavano solo medici; permettendo di formarsi a pochi occasionali psicologi con dottorato, solo se firmavano un accordo per cui non avrebbero mai avviato una loro pratica clinica.

    Per molti aspetti, tuttavia, ancora più preoccupante dell’accesso limitato alla formazione sono state le limitazioni al pensiero intrinseche a questo ‘cappio al collo’ dell’impronta medica. Una rigida specificità si è imposta sulla teoria classica: un’incrollabile insistenza sulla semplice “verità” della meta-psicologia pulsione/difesa distante dall’esperienza, anche se Freud stesso non la considerava tale. È emersa una visione molto metodica del processo clinico. Edward Glover pubblicò un articolo allertando contro le interpretazioni “incomplete” e “inesatte” (1931, p. 401). Le riviste professionali esistenti richiedevano una esplicita lealtà alla teoria classica in tutti gli articoli che pubblicavano. E l’associatura a organizzazioni professionali era ristretta a coloro che erano stati “adeguatamente formati” negli istituti medici classici.

    A quel tempo, l’enorme potenziale delle brillanti descrizioni di Freud del funzionamento della mente umana – inclusa la sua idea che aspetti della mente umana potessero essere facilitati da una collaborazione inconscia fra le menti del paziente e dell’analista – erano messe sullo sfondo, mentre la psicoanalisi sembrava essere compressa in una metodologia a “taglia unica” che si potesse insegnare.

    Per Stephen Mitchell questa era una situazione terribile: si era formato al William Alanson White, un istituto non-classico di New York, aveva letto l’intera Standard Edition prima di laurearsi e fra i suoi maggiori piaceri nella vita c’erano gli studi interdisciplinari, il pensare in modo approfondito le nuove idee e l’insegnare agli studenti a lavorare per comprendere il pensiero fondamentale che ispirava ciascun autore analitico, particolarmente quelli che proponevano prospettive con le quali era in disaccordo.

    I giovani analisti come potevano imparare a usare e valorizzare le loro menti per comparare in modo intelligente differenti idee, per estenderle in modo creativo? E il campo come poteva continuare a svilupparsi con questa soffocante morsa intellettuale in atto?

    Negli anni ’80, fortemente ispirata dalla prolifica scrittura e dalla mente generativa di Mitchell, iniziò a prendere forma la prospettiva relazionale, incoraggiando gradualmente la psicoanalisi a diventare un “campo di studio” anziché una singola verità. Allontanandosi coraggiosamente dalla consuetudine di pubblicare testi che dimostrassero la superiorità di una singola teoria, il primo libro di Mitchell – co-autore con Jay Greenberg nel 1983 [Le Relazioni Oggettuali in psicoanalisi]- includeva descrizioni intelligenti e intrinsecamente comparative dei contributi specifici di Freud, Loewald, Winnicott, Klein, Jacobson, Kernberg, Fairbairn: di ciascuno dei maggiori pensatori analitici di quel tempo; la struttura stessa del libro creava un “incontro di menti” analitico.

    Psychoanalytic Dialogues, la rivista fondata da Mitchell nel 1991, è servita come un altro potente veicolo per la prospettiva relazionale emergente. Ancora una volta – strutturata per essere un modello di funzionamento di un campo di studio – la rivista ha invitato alla discussione analisti di prospettive diverse, ha accolto nuovi autori, ha invitato la partecipazione di teoriche femministe, ricercatrici dell’infanzia e ha proposto di considerare in modo più aperto i temi del genere e dell’orientamento sessuale. Per Mitchell la teoria non era una semplice verità, ma piuttosto il modo intelligente di una persona di organizzare l’esperienza umana. Nell’accettare articoli per la sua rivista non era interessato alla fedeltà incrollabile verso un unico modo di pensare: cercava “argomenti ragionati e la condivisione dell’esperienza clinica come forme di persuasione”. Stephen ci ha sfidato a sviluppare una nuova visione di come diventare analisti: invece di essere persone che imparano “a farlo correttamente”, voleva che accettassimo la sfida a diventare pensatori critici che esplorassero l’esperienza: la nostra, quella del nostro paziente e dello stesso campo psicoanalitico.

    Questa sfida ha suscitato una profusione di contributi creativi. Irwin Hoffman ha usato questo “invito a pensare” per considerare più da vicino il fulcro più specifico del processo analitico. Ma davvero interpretare il desiderio represso di un paziente era l’evento specifico che consentiva al paziente di migliorare? A partire dalla sua vasta esperienza di analista, Hoffman ha osservato attentamente quali tipi di esperienze, secondo lui, avessero davvero il potenziale per un cambiamento significativo, giungendo alla conclusione che la formulazione classica ometteva tutto ciò che sembrava “vivo e importante nel mio lavoro clinico” (p. xii). Gli aspetti del lavoro che Hoffman riteneva problematicamente ignorati erano: “il coinvolgimento soggettivo personale dell’analista, gli intrecci emotivi che si sviluppano e che possono parzialmente accecare, l’unicità di ogni interazione, la presenza di incertezze e pregiudizi culturali, nonché l’impatto della creatività dell’analista e delle dimensioni etiche delle sue scelte” (p. xii)

    Mannie Ghent ha descritto la capacità di mantenere il paradosso – piuttosto che risolvere semplicemente i conflitti – come possibilità di “nuovi livelli di comprensione”. Ha sostenuto l’importanza di mantenere la complessità e di imparare a valorizzare l’esperienza di “non sapere” (dimensione necessaria del cambiamento) piuttosto che l’unico obiettivo di capire “cosa sia davvero successo”.

    Jessica Benjamin, portando in questo dialogo i temi del femminismo, ha richiamato la nostra attenzione sul modo in cui l’evolvere del bambino in un individuo autonomo, descritto da Winnicott, dipenda dalla capacità della madre di svanire come figura di sfondo sempre più anonima. Secondo lei, queste immagini erano necessariamente implicite nel sessismo della nostra cultura in cui le menti e la presenza delle donne venivano svalutate. La Benjamin ha introdotto il concetto di intersoggettività. Secondo questa prospettiva lo sviluppo umano non si rappresenta correttamente come qualcosa che porti a vedere se stessi come autonomi e indipendenti; è anche necessario includere la capacità, ugualmente preziosa, di apprezzare le menti e le soggettività separate degli altri.

    Alla fine degli anni ’90, con un piccolo gruppo di colleghi, Stephen ha immaginato questa organizzazione – la IARPP – come un luogo di incontro professionale internazionale che non richiedeva: nessuna formazione o credenziali particolari per aderirvi, nessuna fedeltà a nessuna teoria; l’unico requisito di appartenenza alla IARPP è l’interesse a studiare con i colleghi e a contribuire allo sviluppo della psicoanalisi contemporanea. Sebbene Stephen sia morto subito dopo il lancio della IARPP, l’organizzazione è stata plasmata secondo la sua visione. Nei giorni scorsi abbiamo visto cosa la sua visione ha ispirato: la quantità sempre maggiore di temi che stimolano la nostra curiosità, le molte sottili considerazioni che abbiamo messo a fuoco e che possono influire sul coinvolgimento mentale di paziente e analista e potenziare un cambiamento generativo.

    Glen Gabbard e Jessica Benjamin hanno affrontato lo stato traumatico del mondo contemporaneo, cercando di formulare il motivo per cui è così difficile sopportarne la complessità, e ci hanno segnalato le varie strategie umane e i processi psicologici volti ad aiutarci nel conoscere ciò che sta succedendo. Abbiamo esaminato più attentamente la complessità delle questioni di genere, di come potremmo coinvolgere i bambini autistici e di come il trauma stesso dell’analista possa influenzare il lavoro con un paziente analogamente traumatizzato.

    Abbiamo ri-focalizzato il nostro obiettivo sulle questioni socio-culturali in quanto influenzano la nostra soggettività personale. Stavros Charalambides e Sandra Toribio-Caballero ci hanno mostrato come il nostro sviluppo in una famiglia orientata socialmente, la particolare esperienza storico/culturale del nostro paese, possano influenzare profondamente i temi che nel nostro lavoro ci interessano di più, e come possiamo organizzare la visione analitica in base a ciò che “vediamo” e “non vediamo” nell’esperienza dei nostri pazienti. E su una scala più ampia, abbiamo VISTO e stiamo finalmente affrontando la distruttività del razzismo implicito rimasto curiosamente invisibile nella nostra stessa professione.

    Come aveva previsto Hoffman, la prospettiva relazionale non ci offre un unico percorso clinico. Cerchiamo sempre più di essere presenti nel momento, di saper fronteggiare il processo che emerge. Tenendo a mente tutto ciò, Sam Guzzardi incoraggia a sottolineare il valore del gioco che ci consente l’espressione di aspetti essenziali dell’esperienza di sé, e ci prepara al meglio a partecipare ad un processo inesplorato.

    Phil Ringstrom aggiunge che le nostre stesse teorie, sebbene non siano più considerate “la verità”, possono ancora operare internamente come schemi vincolanti per ciò che “dovremmo” fare, escludendoci dalla creatività, e dalla capacità di essere più spontanei nella nostra esperienza. In qualche modo evocando la pratica dei Nebbiosi di mimare i pazienti per coglierne meglio l’esperienza, Ringstrom ci chiede di tenere presente come il dramma faccia approfondire le nostre capacità, squisitamente umane, di narrare e drammatizzare. Attraverso l’improvvisazione il paziente e l’analista possono farsi “giocatori nel pensiero e nell’azione” permettendo a entrambi una maggiore libertà dagli aspetti costrittivi e problematici della personalità.

    Don Stern descrive l’importanza di esprimere pensieri che sorgono spontaneamente all’interno della diade analitica, poiché ciò può incoraggiare l’emergere di esperienze non formulate. Raggiungere questa esperienza di non consapevolezza non richiede, come suggerito da Glover, una “interpretazione esatta”. Ma per Stern non si basa nemmeno su una spontaneità alla “tutto va bene”. Bilanciando la spontaneità con la pensosità, Stern valuta attentamente le sue espressioni spontanee, dice: “Giudico il successo dei miei interventi dal loro esito chiedendomi se contribuiscono allo sviluppo spontaneo del campo o, invece, rafforzano una sorta di costrizione interpersonale”.

    Mal Slavin e Hazel Ipp ci hanno mostrato come possa essere un simile processo man mano che si sviluppa; fornendoci la narrazione e la brillante descrizione di un percorso clinico che miri a sostenere l’emergere di ciò che chiamano “empatia complessa”. Per tutti noi c’è molto da imparare dal loro lavoro, ma un punto cruciale è che riuscire a empatizzare – cioè cogliere veramente la verità esperienziale di un paziente – non è una pratica stile “taglia unica” messa in gioco dall’analista, ma richiede un complicato viaggio intersoggettivo co-costruito nel tempo da paziente e analista.

    Concludendo questa conferenza, vorrei tornare al saggio commento di Glen Gabbord. Siamo arrivati a questa conferenza – messa a dura prova dal virus – da diverse parti del mondo, mentre attraversiamo una serie di cambiamenti politici profondamente angoscianti ed eventi traumatici che spesso comportano la perdita di vite preziose. Tutti noi siamo stati costretti a ripensare a chi siamo e cosa facciamo. Mentre attraversiamo questa complicata esperienza di vita su cui abbiamo un controllo limitato, dobbiamo ricordare che ciò che POSSIAMO influenzare, ciò che possiamo influenzare davvero, è il significato che questa esperienza ha per ognuno di noi. Ritroviamo resilienza e creatività in questa importante impresa.

    Nella speranza che ognuno di noi sia al sicuro e in buona salute fino a quando non ci incontreremo nuovamente…!